AZIENDE TRICOLORI IN RISALITA

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    Soltanto la Germania più presente sul podio dei vari settori produttivi: lo rivela a sorpresa il Trade Performance Index. In crescita anche la quota destinata a R&S. Ma impiegare più denaro non basta ad innovare.

    imagesL’Italia è il Paese più competitivo al mondo in tre settori produttivi su 14 più rilevanti nell’interscambio internazionale. E in altri 5 si piazza al secondo posto. Lo rivela l’International Trade Center che ogni anno diffonde il Trade Performance Index. L’indice 2014 certifica che il nostro Paese  primeggia nei settori del  tessile, dell’abbigliamento, dei prodotti in cuoio; è secondo nei manufatti di base (metalli e ceramica), nella meccanica non elettronica, negli apparecchi elettrici, nei mezzi di trasporto, nei manufatti diversi (una gamma che include dagli occhiali alla gioielleria e ai prodotti in plastica). (….) Il Trade Performance Index sfata l’insorgente luogo comune su un mondo produttivo tricolore ormai asfittico, a corto di modernità e creatività, cui la crisi ha inferto il colpo di grazia. Non è così, anche per l’impegno che il sistema sta mettendo nel tentativo di recuperare il tempo perduto. Ad esempio nella ricerca, lo sviluppo, l’innovazione. Nelle spese di R&S in proporzione al prodotto interno lordo l’Italia arranca da lunghi anni dietro i Paesi europei più sviluppati. I motivi sono svariati e non vanno interpretati in maniera univocamente negativa. Il sistema produttivo tricolore, infatti, è caratterizzato dalla presenza di micro, piccole e medie imprese le quali, a differenza delle grandi, magari non potevano permettersi gli alti costi della brevettazione, non sopportavano le lungaggini della burocrazia nelle registrazioni, temevano di essere copiate dai concorrenti.Hanno privilegiato quindi la ricerca informale, non registrata, fatta in casa, adattata alle esigenze della committenza. Il cambiamento di tempi e costi dell’amministrazione pubblica, sia pur lento, starebbe favorendo la mutazione. Lo testimoniano i dati dell’Eurostat, Istituto di statistica della UE. Nel 2014 l’Italia ha investito in R&S l’1,29 % del PIL. Rimane lontana dalla prima della classe (la Finlandia  con il 3,17%), dalla Germania (2,84%) e dalla media europea (2,03%). Ma questo 1,29% rappresenta un consistente incremento rispetto al dato di dieci anni prima. Significativo è soprattutto lapparono del settore privato. Indagini del genere non fanno chiarezza su un punto  che potrebbe generare equivoci: gli investimenti in ricerca non determinano, automaticamente, innovazione e sviluppo. Lo ha spiegato Riccardo Varaldo (professore emerito alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa) nel suo libro più recente: “La nuova partita dell’innovazione”. Per Varaldo una visione troppo accademica dell’innovazione «è fuorviante se non pericolosa. Si pensa — ha osservato — che basta dare qualche soldo in più alla ricerca per creare innovazione: invece bisogna inserirla in una catena di valore che arrivi al mercato. Se la ricerca produce conoscenze che servono solo per pubblicazioni e non si traducono in innovazione ha fallito». La sveglia di Varaldo squilla più per il settore pubblico che per quello privato. Da dove i segni di una inversione di tendenza cominciano ad arrivare. Altre ricerche, oltre quella di Eurostat, dimostrano che nel mondo delle imprese italiane, e in particolare tra le micro, piccole e medie imprese (mPmi), la volontà innovativa sia prevalente. L’edizione 2015 dell’Innovation Union Scoreboard, l’indice della Commissione Ue che valuta lo stato dell’innovazione in Europa, rivela che alcuni dei migliori risultati italiani arrivano proprio dall’innovazione delle Pmi: di processo, di prodotto, nell’organizzazione, nel marketing. L’innovazione informale delle piccole e medie imprese è superiore dell’1,5 per cento alla media europea, l’innovazione brevettata di prodotto e di processo lo è del 2,3 %, quella nel marketing e nell’organizzazione dell’1,4 %. Dati confermati dallo studio targato Cna-Fondazione Symbola su “Le Pmi e la sfida della qualità. Un’economia a misura d’Italia”, dal quale si rileva che il nostro Paese è secondo in Europa dietro la sola Germania per numero di piccole e medie imprese innovative. L’Italia ne conta oltre 65mila, decisamente meno della Germania (90mila) ma molto più di Regno Unito (45mila), Francia (38mila), Spagna (24mila). L’Italia delle piccole imprese sale sul podio della brevettazione in 22 diverse classi di registrazione. E più del 60 per cento delle Pmi impegnano nella loro organizzazione professionisti strettamente legati al mondo della creatività.  (Repubblica A&F – 01.01.16)