EMILIA ROMAGNA CUORE DELL’INNOVAZIONE

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    Il Sole 24Ore, 28.11.15

    Benvenuti in Emilia-Romagna. Qui trovate spina dorsale tecno-manifatturiera, che garantisce stabilità e coesione a tutto il sistema economico e sociale, e cuore – tanto cuore – che ogni giorno fa correre dieci, cento, mille eredi di una tradizione fondata da Enzo Ferrari e Ferruccio Lamborghini, Serafino Ferruzzi e Pietro Barilla, Filippo Marazzi e Achille Maramotti. Qui, nonostante i segni lasciati da una recessione durissima, trovate soprattutto innovazione. L’innovazione che, in una ricerca non ansiogena ma divertita del futuro – propria dell’antropologia morbida e brillante di queste terre – riduce la fatica e produce le intuizioni, migliora costantemente la produttività e prospetta le visioni. L’Emilia-Romagna, con la sua miscela di specializzazioni produttive e il talento di applicare la sua umanissima “joie de vivre” all’esperienza dell’impresa, rappresenta una delle lettere fondamentali dell’alfabeto economico italiano, reso più fragile e sfarinato dalla crudezza di una recessione che ha posto in rilievo ed esacerbato i ritardi e i difetti di una transizione italiana di lungo periodo iniziata con la globalizzazione dei primi anni Novanta e continuata con lo shock della moneta unica. Questo tessuto imprenditoriale – con il suo mix di meccanica strumentale e automotive, agroalimentare e wellness, packaging e farmaceutica, moda e logistica – racchiude il passato, sintetizza il presente e lascia intuire il futuro del capitalismo produttivo italiano.

    Il 1 marzo 1962, da Carpi, Giorgio Bocca scriveva sul Giorno di Italo Pietra: «Tortellini burro e oro? Yes, please. Al signore ci facciamo un bel misto di lingua, cotechino e zampone? Ja, bitte. Non resta che mangiare, in questa città che fornisce al mondo le maglie Made in Italy, ristoranti affollati, un’ora per trovare il tavolo, ancora mezza per attaccare il pasto, e intanto un’occhiata al giornale, alle bionde placide e alle brune proterve, equamente divise fra commessi di viaggi d’affari. Il carrello dei bolliti è più lucido e grande del primo Sputnik, gli ospiti stranieri pranzano rintronati dalla cagnara che li circonda». Da Carpi, con i suoi magliari, Bocca raccontava gli anni del boom: «Se Carpi non esistesse bisognerebbe inventarla. Per spiegare ai posteri che cosa ha potuto essere il “miracolo” all’italiana». Ora la ripresa italiana non può non passare dall’Emilia-Romagna.

    Il profilo competitivo è basato sulla ambizione non vana dell’innovazione disruptive e main stream generata nei centri di ricerca e la realtà solida dell’innovazione combinatoria vecchio stile figlia della tradizione degli istituti tecnici e professionali. Secondo la Fondazione Edison, l’export dell’intera regione si è attestato nel 2014 a 53 miliardi di euro, il 4,3% in più rispetto al 2013: quasi il doppio del +2,2% italiano. Nel primo semestre del 2015, l’export regionale ha fatto registrare un +4,3% rispetto allo stesso periodo del 2014. In particolare, a trainarlo sono state le province di Bologna (+6,9%) e Parma (+6,8%). Utilizzando il paradigma dei distretti, la capacità emiliano-romagnola di stare con agio e forza sui mercati globali appare ancora più evidente: sempre secondo la Fondazione Edison, per citare alcune delle principali dinamiche tendenziali di queste specifiche economie di territorio, le piastrelle di Sassuolo e di Reggio Emilia hanno messo a segno nel 2014 rispettivamente un incremento dell’export del 7,5% e dell’8,2%, il caseario di Parma del 6,2% e le macchine per imballaggio di Bologna del 5,1%, l’automotive di Maranello del 19,6% e gli apparecchi medicali di Mirandola del 9,7%, le pompe di Reggio Emilia del 5,5% e le macchine utensili di Rimini del 9,1 per cento. Nel mosaico complesso ed equilibrato di piccole e di medie imprese e di aziende a controllo italiano e a controllo straniero, uno degli elementi che contribuisce ad una fisiologia particolarmente stabile del sistema emiliano-romagnolo è costituito appunto dal canone del Quarto Capitalismo.

    Nell’analisi dell’ufficio studi di Mediobanca, le medie imprese ultrainternazionalizzate appaiono segnate da una resilienza e da un dinamismo rilevanti. Costruendo un bilancio consolidato delle 492 medie imprese, il fatturato aggregato era nel 2004 pari a 22,3 miliardi di euro: nel 2013 ammontava a 22,8 miliardi. In nove anni, con in mezzo il mondo che è cambiato, questo sistema di imprese ha visto il Mol assestarsi dal 7,9 al 7,4% e il capitale netto salire – in maniera virtuosamente difensiva – da 5,9 a 9 miliardi di euro. Il risultato netto d’esercizio è passato dall’1,2 al 2,2%, il Roi dall’8,9 al 7,8% e il Roe dal 4,8 al 6,1 per cento. Assolutamente non male, per usare un eufemismo. Altrettanto importanti i risultati dell’analisi compiuta dall’ufficio studi di Mediobanca sui cosi detti dati cumulativi (edizione 2015, monitoraggio di 2.055 società italiane): fra il 2005 e il 2014 il segmento emiliano-romagnolo, che include non solo medie ma principalmente grandi imprese, ha visto il fatturato netto consolidato aumentare da 41 a 54 miliardi di euro, gli investimenti – essenziali per ogni forma di politica per l’innovazione formale e informale – rimanere stabili a 1,6 miliardi di euro, il Mol passare dall’8,5 al 7,8% e il risultato netto salire dal 2,7 al 3,2 per cento. Questa competitività è il risultato di una robusta radice innovativa. Il sistema industriale emiliano-romagnolo ha le migliori, recenti, performance innovative. Secondo l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo, fra 2010 e 2012 il tasso di crescita cumulato degli investimenti in R&S delle imprese è stato pari al 21%, sette volte la media italiana. Questo sistema industriale è il secondo, dopo il Piemonte, per investimenti in ricerca e sviluppo: valgono l’1,09% del Pil, contro lo 0,71% nazionale. La leadership dell’Emilia-Romagna si percepisce anche nel rapporto con la base demografica, evidenziato dai dati dell’Assessorato alle Attività produttive della Regione: 353 euro di R&S privata procapite (seconda solo di nuovo al Piemonte), a fronte dei 187 euro italiani. Tornando ai dati dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo, l’indice di intensità brevettuale, calcolato come numero di brevetti depositati presso lo European Patent Office per milione di abitanti, appare doppio rispetto all’Italia: 163,5 contro 76,7.

    Nella generazione di nuova imprenditorialità, l’Emilia-Romagna ha 1,34 start-up ogni mille imprese, contro le 0,93 dell’Italia. Il capitale umano non ha paragoni: qui ci sono 18,7 laureati in discipline tecnologiche e scientifiche ogni mille abitanti fra i 20 e i 29 anni, contro i 13,2 medi dell’Italia. Ogni mille abitanti si trovano 6,2 persone che lavorano nella R&S delle imprese, a fronte delle 4 della media italiana. Lo stesso si può dire anche per gli spin-off universitari: 107 in Emilia-Romagna alla fine dell’anno scorso, la quarta performance dopo Toscana, Lombardia e Piemonte. L’incidenza relativa degli spin-off è maggiore rispetto alla media nazionale: 2,6 ogni diecimila imprese, contro i 2,2. Non c’è solo l’Italia. C’è anche il resto d’Europa.

    Nello specifico segmento delle società di capitale, in uno studio di Unioncamere Emilia-Romagna sulla banca dati Bureau Van Dijk, questo tessuto industriale regge il paragone con quelli delle principali regioni manifatturiere europee, identificate nella Catalogna, nel Rhône-Alpes, nel Baden-Württemberg, nel Nordrhein-Westfalen e nel West Midlands. L’Emilia-Romagna, che ha una dimensione media di impresa di 5,8 milioni di euro di fatturato annuo e di 29 addetti (analoga al Rhône-Alpes e alla Catalogna, rispettivamente di 5,8 milioni e 37 addetti e di 4,6 milioni e di 21 addetti), ha un risultato netto ante-imposta del 6,4%, di poco inferiore all’8,2% della regione francese e al 7,3% di quella spagnola. La portata innovativa dell’Emilia-Romagna è, però, più solida e coesa. Il 10,6% delle aziende brevetta, contro il 6% del Rhône-Alpes e il 7,4% della Catalogna.

    L’8,9% della aziende dell’Emilia-Romagna ha un marchio, contro il 4,3% del Rhône-Alpes e il 6,6% della Catalogna. Al di là della comparazione internazionale, l’elemento interessante – nel senso di una innovazione vissuta in presa diretta in ogni segmento del tessuto produttivo – è rappresentato dalla quota di fatturato consolidato riferibile a imprese che brevettano e che detengono marchi: il 40,8% e 46,6 per cento. Questa quota non è particolarmente alta. Il che dimostra come, in Emilia-Romagna, anche le piccole imprese – con piccoli giri d’affari – brevettino e sviluppino una politica di brand. L’eccezionalità del sistema produttivo emiliano-romagnolo è che, alla fine, accontenta tutti: sia gli assertori dell’essenzialità dell’innovazione formalizzata sia i sostenitori della creatività informale. Nella complessità e nella ricchezza delle cose, riecheggiano le parole con cui Pier Vittorio Tondelli, lo scrittore di Correggio, chiude il romanzo “Altri libertini”: «Nella mia terra, solo ciò che sono mi aiuterà a vivere». Fare impresa, per fare impresa. Con l’innovazione, per l’innovazione. Ecco quello che qui, nel cuore disteso dell’Italia, si è e si sa fare.