CAMBIAMO ABITO: VESTIRE GREEN

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    Nel tessile si usano molte sostanze tossiche, che inquinano e lasciano tracce sui capi d’abbigliamento che indossiamo. Vestire più green e sicuri però è possibile. Ecco come.

    Coco Chanel diceva «la moda passa, lo stile resta». Ora che la sostenibilità è diventata di moda, sarebbe bello e giusto che diventasse uno stile. Soprattutto nel mondo della moda, il settore che, per definizione e per vocazione, detta gusti e preferenze. Occorre però capirsi: la sostenibilità non è un modo per farsi notare (greenwashing), ma per farsi ricordare come amici veri del pianeta. Non è più tempo di confondere il vero impegno con le apparenze. Slogan ecologisti. Spruzzatine di verde nelle collezioni. Passerelle con immagini di boschi lussureggianti. Pubblicità ambientate in splendidi giardini in fiore. I panni sporchi sono talmente tanti che è ormai impossibile nasconderli dietro grandi stampe a motivi nature.

    L’industria tessile è la seconda più inquinante al mondo, dopo quella che impiega fonti fossili per produrre energia. Fa  di oltre duemila sostanze chimiche, molte delle quali sono tossiche per l’ambiente e per la salute. Alterano gli ambienti acquatici. Entrano nella catena alimentare. Si accumulano negli organismi biologici. Finiscono sulla nostra pelle. Influiscono sul nostro sistema ormonale. Aumentano il rischio di allergie e tumori. Quando vogliamo gratificarci con un bell’abito nuovo, siamo abituati a confrontarci con l’estetica e non con l’etica. Con il suo prezzo di vendita, quasi mai con il suo vero costo sociale, umano e ambientale. E quando lo facciamo, immaginiamo fabbriche in Cina, Bangladesh o Cambogia. Una lontananza geografica capace di anestetizzare nella nostra coscienza anche tragedie immani. Come quella del Rana Plaza, l’edificio crollato in Bangladesh nell’aprile del 2013, e sotto le cui macerie hanno perso la vita 1.130 persone, perlopiù giovani donne. Stavano lavorando anche per griffe occidentali, cucendo vestiti destinati a trovare posto nei nostri guardaroba. I gironi infernali dell’abbigliamento sono però anche tra noi. Si annidano in catene di subfornitura complesse e stratificate. Una filiera composta da tanti attori a diversi livelli, il cui controllo sfugge a marchi che, per disattenzione o poca sensibilità, sono disposti a sacrificare i diritti sull’altare dei profitti . Come denuncia Abiti Puliti, la sezione italiana di Clean Clothes Campaign, molti grandi gruppi industriali della moda hanno rilocalizzato la produzione in Italia. Fatto positivo per l’occupazione, peccato che importino condizioni di lavoro tipiche delle fabbriche bengalesi o moldave. Giornate di lavoro di quattordici ore. Salari da fame. Diritti negati. Lavoro nero. Illegalità. È tutto raccontato negli ultimi due report di Abiti Puliti: Una dura storia di cuoio e Quanto è vivibile l’abbigliamento in Italia? (www.abitipuliti.org)

    Per fortuna, nella moda che luccica si trova anche qualche pepita. Sulla spinta di richieste avanzate da consumatori, anche noi di Altroconsumo, e da movimenti d’opinione — ecologisti, umanitari e animalisti —, sono sempre di più i brand che hanno optato per un approccio più rispettoso dell’ambiente, in particolare nella gestione del rischio chimico, di cui parliamo in questo articolo. L’impegno maggiore si concentra su tre capisaldi. Eliminazione delle sostanze chimiche pericolose dalla produzione, il che si traduce in vestiti “puliti”. Filiera produttiva più tracciabile. Divieto di pratiche crudeli sugli animali, soprattutto dopo l’eco internazionale che hanno avuto le denunce (documentate) delle sofferenze imposte ai conigli d’angora e alle oche in alcuni allevamenti. Per quanto riguarda l’eliminazione di sostanze tossiche, ci sono marchi che stanno dimostrando un’attenzione che va oltre il rispetto della normativa vigente. Ne abbiamo parlato lo scorso 16 febbraio nel convegno #dirittiallamoda, organizzato a Roma. Un cambiamento sollecitato in gran parte dalla campagna di Greenpeace, che rappresenta una vera rivoluzione per tutto il settore. Per la prima volta chiediamo ai marchi dell’abbigliamento non di limitare l’uso di sostanze tossiche. Questo è già chiaramente imposto per legge (in Europa dal regolamento REACH) e previsto in maniera ancor più restrittiva da diverse certificazioni volontarie (in particolare Oeko-Tex) adottate dalle aziende tessili. Chiediamo addirittura di eliminarle dalla produzione, in modo che non finiscano né nell’ambiente né sui capi d’abbigliamento. Un’eliminazione graduale entro il 2020, inserita in un percorso a tappe programmate e con verifiche periodiche.

    Grandi pulizie in 100 case (di moda)

    Nel mirino ci sono undici classi di sostanze pericolose per l’ambiente e per la salute, tra cui ftalati, alchilfenoli etossilati, PFC, ammine associate a coloranti azoici, metalli pesanti. Sostanze da noi ricercate nei test sul tessile e in diversi casi rintracciate. Sui pigiamini per bambini abbiamo scoperto ftalati e coloranti; sulla biancheria intima c’erano coloranti, solventi, metalli pesanti, nonilfenolo e nonilfenoletossilato; sui jeans tracce di metalli e formaldeide; sulla maglie da calcio tracce di metalli (tutti gli articoli sono reperibili sul nostro sito, in archivio). Insieme a Greenpeace ne chiediamo l’eliminazione e non la semplice riduzione, perché partiamo da un assunto molto semplice: quando ci sono di mezzo sostanze tossiche, non esiste una soglia di concentrazione sotto la quale il problema diventa accettabile, anche perché siamo contemporaneamente esposti a più fonti tossiche e si rischia l’effetto cocktail. Questo concetto è rafforzato dalla considerazione che i residui rintracciabili sul prodotto finito equivalgono solo a una piccolissima parte della quantità usata nelle filiere di produzione. Giocoforza la maggior parte è già finita nell’ambiente. Dal 2011 a oggi, hanno sottoscritto l’impegno Detox 35 gruppi internazionali, che rappresentano più di cento marchi.  Tutti insieme costituiscono circa il 15% della produzione globale di abbigliamento. Tra le aziende che rispettano gli impegni, troviamo firme che soddisfano un po’ tutti i gusti e tutte le tasche. Grandi griffe del lusso (Valentino, Burberry). Marchi del fast fashion (Zara, H&M, Uniqlo). Multinazionali dell’abbigliamento sportivo (Adidas, Puma) e dell’outdoor (Páramo). Discount (Lidl, Penny). Di conseguenza, anche diverse aziende tessili italiane, che forniscono i semilavorati ai marchi dell’abbigliamento, si stanno impegnando a eliminare le sostanze tossiche.

    In un primo momento l’iniziativa di Greenpeace è stata accolta con scetticismo dal mondo produttivo. Ci si chiedeva come fosse possibile eliminare sostanze necessarie per migliorare le performance dei tessuti: colorare, impermeabilizzare, conferire qualità idrorepellenti e antimacchia, eliminare il rischio di infiammabilità, prevenire l’odore causato dal sudore, ottenere effetti antipiega. La paura era che, per venire incontro alla richiesta di una moda verde, i tessuti perdessero in fascino e prestazioni. Che si tornasse ad abiti puliti sì, ma “poveri”, penitenziali, e dai costi , come era successo in passato. Abbigliamento che non si vende, se non a una nicchia di consumatori attivamente impegnati. Bisognava anche non disperdere il patrimonio di saper fare che rende la moda un concentrato di creatività e funzionalità pratica. Non tutti i dubbi sono stati fugati. Ci sono produttori che considerano imprescindibile l’utilizzo di alcune sostanze che la chimica non è riuscita a sostituire con altre ecologicamente più accettabili. Filippo Servalli, responsabile dei programmi di sostenibilità di Radici Group, azienda italiana tra i leader mondiali per la produzione di nylon, che ha fatto del miglioramento delle sue performance ambientali un punto di forza, pone per esempio la questione dei metalli pesanti: «Abbiamo già eliminato tutto ciò che era possibile eliminare, resta il nodo dei metalli pesanti, come nickel e antimonio, senza i quali è impossibile produrre fibre “man made” (chimiche ndr). Le stiamo riducendo, servono misurazioni precise, ma eliminarle dalla produzione significherebbe non poter più fare fibre sintetiche. Ogni anno si producono 24 milioni di tonnellate di cotone e 60 milioni di tonnellate di poliestere. Se dovessimo sostituire tutte le fibre chimiche con quelle naturali non avremmo più terre coltivabili. Serve un equilibrio. E poi la sostenibilità di un prodotto si valuta sull’intero ciclo di vita. Per questo abbiamo intensificato la produzione di poliestere da riciclo del PET e stiamo lavorando per rendere sempre più riciclabili i prodotti “man made”». Greenpeace però assicura che alla base delle sue campagne c’è la fattibilità: «Partiamo sempre da situazioni in cui esistono alternative percorribili e soprattutto verdi » puntualizza Giuseppe Ungherese di Greenpeace. «Per esempio gli alchilfenoli vengono usati abitualmente per sgrassare, la stessa cosa si può ottenere con metodi alternativi, come quelli su base alcolica, che non sono tossici. Sono solo due o tre i composti per i quali non c’è ancora un’alternativa sicura ed ecologica. Servono tra l’altro per processi non in uso in tutte le aziende tessili. Siamo aperti al dialogo, costruiamo una road map insieme con le aziende».(…)

    La campagna Detox non è solo tessuti, coinvolge anche il mondo degli accessori. Hanno infatti aderito due produttori di chiusure lampo, Zip GDF e Giovanni Lanfranchi. Per loro la sfida è ancora più difficile, perché oltre che la componente tessile devono produrre quella metallica, la cerniera vera e propria, che prevede il ricorso a sostanze chimiche più aggressive. «Per mantenere fede ai nostri impegni abbiamo dovuto rifare molte ricette, come quelle dei coloranti, per eliminare il cadmio. Abbiamo adottato leghe di ottone esenti da piombo. Per liberarsi del problema del rame, presente nell’ottone, si potrebbe optare sempre per leghe di acciaio, ma questo comporta un aumento dei costi» spiega Alessandro Bordegari, direttore commerciale di Giovanni Lanfranchi, azienda nata come bottonificio nel 1887 e convertitasi alle lampo negli anni Sessanta. Purtroppo i vestiti non parlano, non riescono a raccontarci la loro storia produttiva. Arrivati nelle boutique e nei grandi magazzini, nessuno è in grado di valutare il loro contenuto green soltanto toccandoli. E le etichette — che indicano solo materiali, luogo di confezionamento, consigli di manutenzione — non sono di alcuna utilità. Di aiuto potrebbe essere l’etichetta sulla sostenibilità, così come un ruolo importante potrebbero giocarlo le smart label, etichette intelligenti in grado di dialogare con smartphone e tablet. Queste sarebbero utili anche nella lotta alla contraffazione, che affligge il mondo della moda più di qualsiasi altro settore.